Un viaggio alla scoperta dei principi dell’Ortho-Bionomy®

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SCRITTO DA

Matteo Piazza

Tratto dal libro “Il tocco elegante” di Matteo Piazza

L’osservazione “pura”

C’è una domanda filosofica che, sulle prime, potrebbe sembrare fuori luogo in un libro dedicato a una pratica manuale, ma che in realtà è al cuore stesso di ciò che l’Ortho-Bionomy® chiede di coltivare: è davvero possibile, per un essere umano, un’osservazione pura, priva di qualunque interferenza da parte di chi osserva? È una domanda a cui, probabilmente, non esiste una risposta definitiva, la nostra stessa presenza, per quanto discreta, modifica sempre in qualche misura ciò che stiamo osservando, non fosse altro che per il fatto stesso di esserci. Ma ciò che conta, ai fini della pratica, non è risolvere questo interrogativo in astratto, quanto piuttosto coltivare la sensazione di “pura osservazione” come orientamento interiore. La sensazione, cioè, di non stare agendo, di limitarsi a lasciare che le cose accadano, dirigendo l’attenzione verso una zona del corpo non per intervenirvi direttamente, ma quasi per comunicare a quella parte che è lì che può essere indirizzata l’attenzione lasciando alla persona piena libertà di fare ciò che, a quel punto, sceglierà di fare.

Questo atteggiamento richiama da vicino un fenomeno ben noto anche fuori dall’ambito del trattamento manuale, quello che la scienza chiama “l’effetto dell’osservatore”: il semplice atto di osservare con attenzione un fenomeno può, in certi casi, essere sufficiente a modificarlo, senza che sia necessario aggiungere alcun intervento ulteriore.

Chi pratica Ortho-Bionomy® impara presto a riconoscere qualcosa di analogo sotto le proprie mani. A volte è sufficiente osservare, con una qualità di attenzione aperta  perché qualcosa cominci a cambiare, ancora prima che si sia deciso consapevolmente di “fare” alcunché. È un’esperienza che, la prima volta che la si incontra, può risultare spiazzante: ci si aspetta che il cambiamento richieda un’azione, e invece si scopre che, in molti casi, il cambiamento più autentico nasce proprio nell’assenza di un’azione dettata dalla volontà di intervenire. Questo non significa, va chiarito, che chi pratica resti passivo, né che si limiti a sperare che qualcosa accada senza fare nulla di concreto, significa piuttosto, che l’azione, quando c’è, nasce da un luogo diverso rispetto a quello da cui nasce di solito un intervento manuale: non dalla volontà di correggere, ma dalla risposta naturale a ciò che si sta ascoltando in quel preciso istante.

Non cercare il pelo nell’uovo

C’è un’indicazione metodologica che accompagna spesso l’insegnamento di questa qualità di ascolto, che è tanto semplice da enunciare quanto difficile da mettere davvero in pratica: non andare a cercare qualcosa che non va. È un’indicazione che va controcorrente rispetto a un intervento professionale molto diffuso: l’idea che il compito di chi tratta sia individuare attivamente il problema, scandagliando il corpo alla ricerca di ogni possibile anomalia, come si farebbe con uno strumento diagnostico che esamina sistematicamente ogni area alla ricerca di qualcosa fuori posto. L’Ortho-Bionomy® propone un atteggiamento diverso, più simile all’osservazione paziente di un naturalista che, seduto in silenzio, aspetta che un animale selvatico esca allo scoperto, piuttosto che a quella di un investigatore che interroga sistematicamente ogni indizio. Non si tratta di andare a caccia di tensioni nascoste, sondando ogni centimetro alla ricerca di qualcosa da correggere, ma di restare in una condizione di disponibilità aperta, lasciando che sia ciò che ha davvero bisogno di attenzione a “venire a noi”, a manifestarsi da sé, sotto forma di qualcosa di bloccato, di qualcosa che non si muove secondo il ritmo che ci si aspetterebbe. È una differenza che inizialmente può sembrare quasi impercettibile, ma che nella pratica cambia molto la qualità del contatto. Un tocco che cerca attivamente un problema tende, quasi inevitabilmente, a diventare più insistente, più analitico, più invadente; un tocco che invece resta disponibile, senza una direzione di ricerca predefinita, lascia emergere le stesse informazioni con più chiarezza, proprio perché non le sta inseguendo con insistenza.

Per essere più chiari, significa che quell’attenzione, per essere davvero efficace, deve restare aperta e ricettiva più che direttiva, pronta a lasciarsi sorprendere da ciò che effettivamente si presenta, invece di confermare semplicemente ciò che ci si aspettava di trovare fin dall’inizio.

Questo tipo di osservazione, non giudicante e priva di una direzione predefinita, richiama da vicino un atteggiamento coltivato da secoli in diverse tradizioni meditative, in particolare in quella pratica di osservazione di sé che porta il nome di Meditazione Vipassanā: uno sguardo equanime rivolto a tutto ciò che emerge nella propria coscienza, senza respingerlo né inseguirlo, semplicemente lasciandolo essere ciò che è. Non è un caso che l’Ortho-Bionomy® condivida, pur partendo da una tradizione occidentale e da radici osteopatiche molto concrete, una sensibilità così affine a questa pratica contemplativa: entrambe partono dalla stessa idea, ovvero che il semplice atto di osservare con equanimità, senza voler correggere qualcosa a tutti i costi, sia già di per sé un intervento potente, spesso più potente di un’azione dichiaratamente volta a modificare ciò che si osserva.

La posizione migliore per ascoltare

C’è poi un aspetto della qualità del tocco che viene spesso trascurato da chi si avvicina per la prima volta a questo tipo di lavoro, ed è la postura, o meno tecnicamente la posizione nello spazio, fisica e mentale di chi tratta, non solo di chi viene trattato. Prima ancora di posare le mani su un corpo, chi pratica Ortho-Bionomy® impara a fare, quasi come un piccolo rituale silenzioso, un’autoosservazione: come sono seduto? Come sono appoggiato? Sono davvero rilassato o sto trattenendo una tensione che rischia di essere trasmessa senza che me ne accorga attraverso le mie stesse mani? Un operatore teso, per quanto ben intenzionato, comunica quella tensione al corpo che sta trattando, spesso in modi che nessuno dei due riesce a descrivere con precisione, ma che entrambi percepiscono con chiarezza a livello corporeo.

Questa osservazione su di sé non è un gesto da compiere una volta sola, all’inizio del trattamento, e poi dimenticare, ma va mantenuta, quasi come un promemoria costante, in ogni momento in cui ci si accorge di essersi distratti, o di aver perso il contatto con il proprio stato di rilassamento. E la distrazione, va detto, non è sempre un nemico da combattere a ogni costo. C’è una differenza importante tra una distrazione che passa da sola, senza grande sforzo, e una distrazione che invece insiste, catturando ripetutamente l’attenzione fino a diventare essa stessa un ostacolo al lavoro in corso. Immaginiamo il rumore di una sirena di ambulanza che passa per strada, fuori dalla finestra dello studio dove stiamo trattando: se la sirena passa e si allontana, la distrazione che ha generato può essere lasciata andare senza problemi, tornando naturalmente al lavoro che si stava facendo, ma se quella sirena si ferma proprio sotto la finestra, e continua a catturare l’attenzione sia di chi tratta sia di chi è trattato, insistere nel fingere che non stia succedendo nulla, continuando il trattamento come se quella distrazione non esistesse, non fa che catturare ulteriormente l’attenzione, che cresce proprio perché non le viene dato lo spazio di essere riconosciuta. In questi casi, la scelta più efficace è fermarsi per un istante, verificare cosa sta accadendo, magari con una frase semplice come “un momento, vado a vedere cosa succede” e solo dopo aver soddisfatto quel bisogno, tornare al lavoro interrotto con un’attenzione finalmente libera.

Lo stesso principio si applica quando, durante un trattamento, si osserva qualcosa che “distrae” la persona dal proprio naturale equilibrio, ad esempio, pugni chiusi o braccia piegate, gambe rigide non del tutto rilassate o piedi che sembrano aggrapparsi a  qualcosa. Anche in questi casi, la scelta più efficace non è ignorare il segnale per restare fedeli al programma di lavoro che ci si era prefissati, ma portare l’attenzione proprio lì, prima di riprendere il focus principale. È un principio che vale la pena ricordare ogni volta che si è tentati di procedere meccanicamente secondo un protocollo, ignorando i segnali che nel frattempo continuano ad arrivare.

C’è, legata a questo, una tema che è bene affrontare con franchezza: è difficile sentirsi sicuri nel toccare qualcosa che non si conosce ancora bene. Chi comincia a praticare Ortho-Bionomy® attraversa spesso un periodo, più o meno lungo a seconda delle persone, in cui le proprie mani si sentono incerte, quasi timide, come se non sapessero bene dove appoggiarsi né con quale grado di fiducia farlo. È un passaggio del tutto naturale, e non va vissuto come un segno di inadeguatezza poiché la sicurezza nel tocco non nasce da uno sforzo di volontà, ma cresce gradualmente con l’esperienza diretta, sessione dopo sessione, man mano che le mani imparano, quasi per conto proprio, indipendentemente da quanto la mente razionale creda di aver già capito, a riconoscere ciò che stanno incontrando. Con il tempo, l’incertezza iniziale lascia il posto a una familiarità che permette di restare rilassati anche di fronte a sensazioni nuove, senza che la novità si traduca automaticamente in tensione o esitazione, ma ritornando a quella sensazione di curiosità che spesso la persona adulta fa fatica a ritrovare.