Tra fisica quantistica e filosofia tantrica, una riflessione sul rapporto tra mente e presenza nel trattamento di Ortho-Bionomy®. Perché “liberarsi” della mente, quando potremmo imparare a usarla davvero?
Fin da ragazzo, ho sempre attribuito un grande valore alla conoscenza. Leggere, studiare, approfondire, accumulare nozioni, capire bene le cose: tutti i miei sforzi erano concentrati in una ricerca incessante, nel tentativo di mettere a posto le innumerevoli tessere di questo enorme e complicatissimo puzzle che è il sapere. Questo cammino estenuante, seppur ricco di stimoli, non faceva che sollevare sempre più dubbi e curiosità, svelando nuovi e affascinanti territori da esplorare.
A un certo punto, però, diventa inevitabile fare una sosta e porsi delle domande. Sapere è davvero possibile? Gli strumenti offerti dalla scienza e dal pensiero umano sono davvero utili per avvicinarsi alla cosiddetta verità e penetrare i misteri più profondi della vita?
Prendiamo come esempio la fisica quantistica, un importantissimo traguardo ma, allo stesso tempo, un colossale vicolo cieco della scienza moderna. Grazie a essa, siamo riusciti a svelare alcuni misteri della fisica subatomica (grazie ai quali abbiamo costruito centrali nucleari e sviluppato computer avanzatissimi), ma ci siamo anche lasciati risucchiare da quel “buco nero” in grado di far ammattire perfino il più grande scienziato conosciuto da grandi e piccini, Albert Einstein. Dio non gioca ai dadi con l’Universo, questa è la celebre frase a lui attribuita che riassume tutta l’ostinata contrarietà del fisico tedesco verso un nuovo e bizzarro approccio alla fisica, dove le particelle subatomiche si ostinano a non seguire le leggi ordinate, eleganti e prevedibili che invece governano le stelle e i pianeti. Come riuscire ad accettare, dopotutto, che il comportamento di quei minuscoli “mattoncini” che compongono l’universo possa essere conosciuto soltanto in modo probabilistico, indeterminato, a seconda di chi osserva? Come può un fotone, una particella di luce, comportarsi diversamente a seconda che la guardiamo oppure no? E come si comporterebbe questo fotone, se non ci fosse proprio niente e nessuno a osservarlo?
È evidente come gli strumenti a nostra disposizione, per quanto sofisticati e amplificati a dismisura dalla tecnologia, abbiano un limite intrinseco che ci allontana in modo quasi beffardo dalla comprensione autentica della realtà. E qui la domanda sorge spontanea: che sia proprio la mente umana il nostro più grande limite verso la conoscenza?
Il grande equivoco sulla mente
Non c’è dubbio: tra gli operatori olistici e, più in generale, nel mondo della spiritualità contemporanea, la mente razionale e “scientifica” viene considerata né più né meno come un imponente ostacolo all’evoluzione. Dirò di più: secondo Eckhart Tolle, autore del celebre libro new age “Il potere di adesso”, la mente viene addirittura additata come la principale fonte della sofferenza umana. I pensieri incessanti, le preoccupazioni, il dialogo interiore che attacca, giudica e condanna diventano una sorta di tirannia dalla quale occorre liberarsi per vivere pienamente il presente. Ma come si concilia tutto questo con quella tradizione filosofica che affonda le sue radici nel pensiero di Platone e Aristotele, e che esalta la mente logica e astratta come il più potente e sofisticato strumento di conoscenza a disposizione dell’essere umano? Come liberarsi di quella mente meravigliosa con i suoi ottantasei miliardi di neuroni e centinaia di trilioni di sinapsi, che hanno permesso all’uomo di comprendere i fenomeni naturali, costruire civiltà millenarie e sostenere a piè sospinto il progresso scientifico e tecnologico?
Chi ha ragione, dunque? Che queste due visioni, in apparenza inconciliabili, abbiano colto soltanto un aspetto parziale di un quadro molto più ampio?
Una mente che si espande
Una sintesi più che convincente, a mio avviso, la possiamo trovare nell’antica filosofia del tantra. Qui la mente non è più vista come un’entità unica e monolitica, bensì come una struttura stratificata, costituita da livelli differenti (i cosiddetti Kosha) che si influenzano a vicenda. In primo luogo, il corpo fisico è Annamaya Kosha, cioè il livello più denso, più “solidificato”, della mente. Detto diversamente, il corpo è soltanto, per come lo vediamo e tocchiamo, un’illusione. Se proviamo a chiudere gli occhi e meditare, osservando attentamente le sensazioni corporee, ci accorgiamo subito che queste sensazioni vengono percepite “da fuori”. Non ci sentiamo cioè come rinchiusi in una giara, intrappolati dentro il corpo fisico, ma lo percepiamo all’esterno di noi, come fosse un involucro che ci avvolge. Il primo strato di questa incredibile Matrioska, per l’appunto.
A livello più profondo, troviamo una dimensione della mente più istintiva e irrequieta, detta Kamamaya Kosha, la quale tende ad agire per impulsi, istinti e schemi di comportamento automatici e inconsapevoli. La mente subconscia, o sottile, è detta Manomaya Kosha e comprende le facoltà intellettive più evolute come la razionalità, la memoria, l’immaginazione, l’astrazione, il ragionamento nonché l’elaborazione di emozioni e stati d’animo. A seguire, troviamo i livelli più profondi della mente, quelli legati alla parte superconscia, laddove possiamo attingere a un bacino pressoché infinito di intuizioni e cogliere man mano le sfumature più spirituali dell’esistenza.
Per semplificare un po’ il concetto, mi piace paragonare la mente tantrica a una grande festa. Di solito, alle feste, la maggior parte della gente si raccoglie in una stanza più o meno ampia, dove è libera di ridere, ballare, fare schiamazzi, ascoltando musica ad alto volume. Poi, generalmente, troviamo una stanza più piccola, magari una cucina, dove piccoli gruppi di persone si raccolgono per parlare con più calma e con più intimità. Altri, invece, preferiscono stare ancora più in disparte, magari dove c’è assoluto silenzio, magari per scambiarsi baci e parole dolci. Quando arrivi a una festa, insomma, ti becchi subito il casino, e magari ti trovi bene lì, ti senti al sicuro perché ci sono tante persone attorno che hanno l’aria di divertirsi e, proprio come te, non si fanno troppi problemi. Però, a lungo andare, ti potresti stancare del rumore e del disordine e desiderare qualcosa di più. Potresti sentire di aver bisogno di più spazio, di più silenzio, per entrare davvero in relazione con qualcuno. Ma se lasci una stanza per un’altra, non è che di colpo la festa finisce. Allo stesso modo, quando lasci da parte i pensieri caotici della mente cosiddetta “ordinaria”, non significa che la mente si spegne e smette di funzionare. Significa soltanto che hai portato l’attenzione, o per meglio dire la coscienza, su un altro livello. Se davvero la chiave di tutto fosse disinnescare la mente, non sarebbe più facile lobotomizzarci e basta? Se davvero il segreto fosse liberarsi della mente, perché una persona che ha subito una grave lesione alla testa non raggiunge all’istante l’illuminazione?
In questa prospettiva, il problema non è la mente in sé. Semplicemente, ogni livello mentale esiste per un motivo ben preciso, è chiamato a svolgere la sua funzione: l’istinto aiuta a sopravvivere, la razionalità aiuta a risolvere problemi, l’intuizione permette di cogliere gli aspetti più sottili e profondi dell’esperienza. La difficoltà nasce quando rimaniamo troppo tempo in un solo livello della mente o, ancora peggio, ci identifichiamo in tutto e per tutto con esso. Chi viene colpito da gravi traumi al cervello, come detto, resta imprigionato nell’involucro più esterno: il corpo continua a vivere e funzionare, ma non c’è alcuna possibilità di spostarsi verso altri livelli di coscienza. Una persona che rimane ancorata in Annamaya Kosha, invece,non si comporterà in modo tanto diverso da un animale che fugge dai pericoli e tende a soddisfare esclusivamente i propri bisogni primari.
In altre parole, una mente sana è una mente che si espande. Una mente capace di utilizzare tutte le proprie risorse senza identificarsi completamente con nessuna di esse. Una mente che sa essere razionale quando bisogna far quadrare i conti, creativa quando c’è da trovare nuove idee e soluzioni, intuitiva quando i livelli più “grezzi” non bastano più.
La mente in Ortho-Bionomy®
E quindi, alla luce di quanto detto, come dovremmo relazionarci con la mente in Ortho-Bionomy®? Gli stati mentali sono una risorsa per l’operatore o un semplice impiccio di cui liberarsi al più presto? Idealmente, come sa bene chi pratica Ortho-Bionomy®, il livello più utile per un trattamento sarebbe Atimanasa Kosha, cioè il primo livello della mente superconscia. Qui la mente è calma, aperta, distaccata dai livelli cosiddetti “inferiori”, in grado di esprimere più facilmente creatività e intuito. Sappiamo anche, però, che si tratta di una condizione molto difficile da mantenere nella vita di tutti giorni, assillati come siamo da mille pensieri e incombenze. E paradossalmente, nutrire l’aspettativa di essere sempre calmi, centrati e “aperti all’intuizione” potrebbe sortire l’effetto contrario, cioè farci sentire ancora più tesi e inadeguati.
Come se ne esce? Sappiamo che, più che riempirci la testa di teoria e concetti astratti, Ortho-Bionomy® invita a fare esperienza diretta della realtà attraverso il tocco, l’ascolto e la presenza. Insegna a concentrare l’attenzione sulle attività semplici, invece che disperderla in tortuose e inutili complicazioni. La “cassetta degli attrezzi” di un operatore OB è sorprendentemente leggera: il tocco delle mani, la presenza del corpo, la capacità di rimanere centrati e in ascolto. Non c’è una ricerca ossessiva di spiegazioni e l’attenzione viene riportata costantemente all’esperienza e alla relazione con la persona, a ciò che sta accadendo qui e ora.
Questo non significa rinunciare alle proprie conoscenze e ai propri studi. Al contrario: Ortho-Bionomy® non cancella e non rimuove quello che già sai, ma lo integra e lo amplifica. Non esiste nemmeno un confine rigido che separa Ortho-Bionomy® da altre discipline. Più che una dottrina, o un insieme di “tecniche”, infatti, Ortho-Bionomy® è un principio aperto, uno spazio di sperimentazione ed evoluzione, in grado di accogliere e valorizzare ciò che funziona.
La mente al servizio dell’ascolto
All’interno di un trattamento di Ortho-Bionomy®, ogni livello della mente può quindi diventare utile. L’istinto può guidare l’attenzione verso ciò che richiede cautela. La logica e le conoscenze anatomiche possono aiutare a comprendere come muovere, o non muovere, le varie parti del corpo. La sensibilità dettata dall’intuito permette invece di cogliere sfumature e dinamiche profonde che sfuggono all’analisi puramente razionale.
Detto questo, è evidente come la mente non possa essere lasciata senza una guida, in balia di pensieri e stati d’animo. Per questo motivo, un operatore di Ortho-Bionomy® è certamente invitato a sviluppare una mente concentrata e presente, capace di osservare senza giudicare e di ascoltare senza sovrapporre continuamente interpretazioni e aspettative. Si tratta, in fondo, di una sorta di meditazione a occhi aperti, dove alleniamo la concentrazione, l’ascolto e la presenza, ma senza creare inutili tensioni o attriti. Già, perché anche la pura concentrazione, senza gli opportuni accorgimenti, potrebbe nascondere delle insidie.
Il paradosso del rilassamento
Nel mondo moderno siamo spesso portati a credere che, per ottenere risultati, sia necessario continuamente aumentare lo sforzo. Per esempio, una squadra di calcio che vuol vincere deve allenarsi più degli altri, sudare più degli avversari. Però, quando vediamo dei giocatori che non si esprimono al meglio in campo, sentiamo spesso dire che “sono troppo tesi”, oppure, al contrario, che la stanno prendendo troppo “alla leggera.” Cosa significa questo? Evidentemente, uno sforzo eccessivo è tanto inefficace quanto una totale o parziale mancanza di impegno.
In Ortho-Bionomy®, per accedere ai livelli più profondi dell’ascolto, non serve quindi creare più tensione, ma trovare il giusto equilibrio tra presenza e rilassamento. Non si tratta di passività, né di disinteresse, né di disimpegno. Si tratta di una qualità dell’attenzione che nasce quando il corpo e la mente smettono di opporre resistenza. Di fronte alle mie prime difficoltà come operatore, infatti, il mio insegnante Matteo mi suggerì di affrontare il trattamento come se fosse un gioco. Se c’è gioco, c’è anche interesse, coinvolgimento, relazione spontanea. C’è la possibilità di muoversi con leggerezza senza diventare superficiali, con profondità senza scivolare nell’accanimento.
Forse il contributo più profondo di Ortho-Bionomy® consiste proprio nel riportare l’attenzione dal sapere all’esperienza. Non al sapere astratto, teorico o accumulato, ma al contatto diretto con ciò che è. Con il passare del tempo, l’operatore impara progressivamente a seguire ciò che trova, senza forzare, senza imporre risultati, senza tentare di controllare ogni aspetto della relazione. In questa prospettiva il trattamento non è più un tentativo di aggiustare qualcosa che si considera sbagliato, ma diventa uno spazio di ascolto nel quale la persona può attivare le proprie risorse naturali di riequilibrio. L’operatore non è chiamato a “correggere”, bensì a creare le condizioni ottimali affinché il corpo, l’energia e la persona possano ritrovare spontaneamente la propria direzione.
Conclusioni
La mente, come abbiamo visto, è una risorsa preziosa, ma dobbiamo imparare a usarla in tutte le sue potenzialità e nel momento in cui ne abbiamo più bisogno. Se la mente diventa un “tiranno” a cui dobbiamo obbedire in ogni istante della nostra vita, ecco che può trasformarsi davvero in una fonte perenne di sofferenza e disagio. La mente non deve essere spenta, combattuta o negata, ma educata all’ascolto, alla presenza e alla centratura. Deve imparare a collaborare con il corpo, invece di dominarlo; smettere di rincorrere continuamente ciò che manca per riconoscere ciò che è già presente.
Quando la mente smette di occupare tutto lo spazio e trova la sua giusta collocazione, allora non è più un ostacolo alla vita, ma un potente e straordinario strumento al servizio della presenza. Ed è proprio in questo delicato equilibrio tra conoscenza, ascolto e contatto diretto con la realtà che Ortho-Bionomy® trova una delle sue espressioni più autentiche.