Il mio essere introversa: ostacolo o risorsa?
Essere introversa ha sempre fatto parte di me, fin da bambina. Ho sempre avuto difficoltà ad espormi e a raccontare ciò che mi appartiene nel profondo. Non che non sappia farlo, ma ho bisogno di sentirmi al sicuro, di sapere che l’altro è in grado di ascoltare davvero, senza giudicare.
Per molto tempo ho vissuto questa mia riservatezza come un limite. Nella maggior parte delle situazioni, rimanevo sempre in disparte e, osservandomi da fuori, sembravo sempre un passo indietro.
Eppure con il tempo, e soprattutto grazie al percorso intrapreso con OB, ho cominciato a vedere questa parte di me sotto una luce diversa. Ho imparato ad accettarmi e capire che ognuno di noi è fatto a proprio modo, siamo fatti delle nostre esperienze e dei nostri vissuti. Così ho cambiato punto di vista. La mia introversione mi ha insegnato a stare in ascolto di me stessa e degli altri, a cogliere sfumature sottili, a volte a sentire oltre le parole.
Con OB ho imparato che non è necessario riempire ogni silenzio, ma possiamo lasciarlo esprimere, perché nel silenzio c’è spazio, quello spazio in cui far emergere le emozioni, per dare tempo al corpo e alla persona di reagire, di esprimersi senza forzature. Ogni cosa arriva nel suo momento, e imparare a rispettare questi tempi sta diventando parte del mio modo di essere e di lavorare.
Quando tratto una persona, non mi serve sapere tutto di lei. Mi basta esserci, con presenza e rispetto e da qui si crea uno spazio in cui anche l’altro può sentirsi accolto, senza pretese, senza pressioni. Ci sono momenti in cui mi chiedo se sto facendo abbastanza, se sono abbastanza, ma poi mi centro, ritorno alla mia essenza e mi ricordo che dentro si nascondono delle qualità. La capacità di ascoltare con attenzione, una delicatezza nei modi (così dicono…) e così a volte accade di cogliere ciò che non viene detto.
L’inizio del percorso: da Elitropia all’OB
Prima di Elitropia, mi capitava spesso, in famiglia o tra amici, di fare piccoli massaggi, lo facevo con naturalezza, quasi d’istinto, per dare sollievo a qualcuno che aveva dolore o tensione. Era un gesto semplice, spontaneo, ma già lì c’era qualcosa che parlava di me, anche se allora non lo sapevo ancora.
Quando mi sono iscritta al primo corso nel 2016, pensavo che avrei imparato una sequenza di manovre. Nella mia mente era qualcosa di ordinato, razionale, utile. Sentivo il bisogno di imparare “cosa fare” per aiutare davvero.
L’incontro con Elitropia è stata la prima apertura, come un fiore che inizia a schiudersi con il giusto calore. In quell’ambiente così diverso, dove il sentire veniva prima del fare, ho cominciato a intuire che c’era un altro modo di stare in relazione con l’altro e con me stessa. Eravamo soliti, prima di iniziare ogni lezione, a fare esercizi in gruppo per imparare a percepire il nostro corpo in ogni sua parte, pratiche semplici ma profonde: movimenti di tai chi, esercizi di meditazione…
La respirazione era fondamentale, ci aiutava a raggiungere anche le parti di cui a volte ci dimentichiamo. Altri esercizi invece ci aiutavano a sentire il qi, l’energia che ci attraversa. Imparare a riconoscerla, a seguirne il flusso, era qualcosa di nuovo per me. Mi sono sentita spiazzata quando ho scoperto che non si trattava solo di tecnica, ma di andare più nel profondo. Sentire quelle energie più sottili, percepire gli organi, i visceri, riconoscere la respirazione primaria… era tutto nuovo, ma incredibilmente vivo.
Era una continua scoperta ed ogni passo era accompagnato da una meraviglia sincera, la stessa che si prova da bambini, quando ogni cosa è nuova e ha un suo mistero. Quello che pensavo fosse un percorso per imparare a fare, si è rivelato un percorso per imparare a essere. E ancora oggi sento che quel passaggio è stato fondamentale: da chi “cerca di aiutare facendo”, a chi “sceglie di esserci, in ascolto, con rispetto e presenza.”
Corpo, emozioni e consapevolezza
Una delle scoperte più profonde che ho fatto lungo questo percorso è che il corpo non è solo una struttura meccanica. Non è solo pelle, muscoli e ossa, ma è un insieme complesso, intelligente, che parla e, se lo si ascolta, racconta molto più di quanto ci si aspetti.
Mi è tornata in mente un’immagine molto semplice, ma forse rende l’idea: una volta ho provato ad aggiustare una macchina da cucire. Quando l’ho aperta, non immaginavo ci fossero così tanti ingranaggi, così piccoli e così collegati tra loro. Ne ho smontati alcuni, sicura di ricordare poi dove andavano, ma quando ho provato a rimontarli, mi erano avanzati dei pezzi, così la macchina ha smesso di funzionare del tutto.
Mi ha colpito il fatto che anche il più piccolo di quei pezzi, apparentemente insignificante, fosse in realtà indispensabile, così è il corpo: ogni parte ha un senso, ogni tensione una storia, ogni blocco una ragione. Col tempo, ho iniziato a riconoscere che molti dolori, molte rigidità, erano legate non solo a movimenti errati o posture scorrette, ma a “posizioni” di vita scomode. Il corpo, in qualche modo, somatizza ciò che dentro di noi fatichiamo ad ascoltare ed il trattamento diventa un’opportunità per far emergere queste verità silenziose, o messe a tacere.
Tramite OB ho imparato che le emozioni hanno un luogo. Non sono solo pensieri o stati d’animo vaghi: abitano precise zone del corpo. A volte sono nascoste sotto una tensione, altre volte emergono con forza, se trovano uno spazio in cui potersi manifestare. L’ho vissuto anche su di me.
Da circa un anno ho iniziato ad avere problemi a livello intestinale. All’inizio ho provato paura: era una cosa che sembrava sfuggirmi completamente di mano, era fuori dal mio controllo. Ho fatto visite, preso farmaci, modificato la mia dieta in modo molto rigido. Tutto ruotava intorno a quel disturbo ed era come se non vedessi più nient’altro di me, se non quella cosa che non funzionava e mi creava malessere. Ma i risultati non arrivavano, e allora, a poco a poco, ho iniziato a smettere di combattere, a lasciare spazio e a convivere con il disagio, ad ascoltarlo più che a reprimerlo.
Un giorno, dopo aver partecipato come cavia ad un trattamento di cristalloterapia, qualcosa è cambiato. In modo del tutto spontaneo, ho sentito il bisogno di confidare a una persona cara un mio desiderio profondo: quello di comunicare di più. E non si trattava di parlare a vanvera o di riempire i silenzi, ma di aprirmi davvero, di esprimere ciò che sento, di mettermi in relazione in modo più autentico. Quel momento mi ha fatto capire che forse il mio intestino, quella parte così profonda, viscerale, stava provando a dirmelo da tempo.
Da allora, ho iniziato ad accogliere quel sintomo non più come un nemico da sconfiggere, ma come una voce da ascoltare. Un messaggio del corpo che chiedeva spazio, tempo, e forse anche tenerezza. Quando durante un trattamento accade qualcosa di simile, quando la persona si accorge, anche solo per un attimo, che il suo dolore ha una voce, qualcosa cambia e con OB abbiamo imparato che quel cambiamento non siamo noi a farlo, noi siamo solo lì, presenti, a tenere uno spazio e anche se può sembrare poco, spesso è tutto ciò che serve.
Il corpo non mente e quando parla, se lo si sa ascoltare, porta sempre verità. Fin da subito, nel percorso con OB, ci ha accompagnato un piccolo testo che per me ha avuto un grande impatto: Il tao di Winnie Puh. Attraverso la leggerezza di un personaggio semplice, ho potuto riflettere in modo nuovo sul modo di interagire con la vita. Una delle parti che mi è rimasta più impressa è quella sul Wu wei, il “fare senza fare”, un agire che non forza, ma segue il ritmo naturale delle cose. È un principio che ritroviamo nell’OB: si accompagna, si orienta, si osserva il corpo, ma non si interviene mai contro.
Ho iniziato ad applicare questo principio anche nella vita quotidiana, ad esempio, nei momenti in cui ero sopraffatta dal lavoro e sentivo di andare in panico, provavo a fermarmi e a guardare la situazione “da fuori”, come se mi stessi osservando da un punto più calmo. Mi dicevo: “Ok, queste sono le cose da fare. Ho due mani e una sola testa. Non posso fare tutto insieme, altrimenti si ottiene l’effetto contrario: si perde energia e non si combina nulla.”
Così cominciavo da una cosa, poi un’altra, senza fretta, ma con presenza. E in men che non si dica, riuscivo a fare tutto. Era come se, lasciando andare il controllo, le cose si disponessero da sole, con il loro ritmo.
Prendersi cura degli altri e di sé
Per molto tempo il mio modo di prendermi cura è stato rivolto principalmente verso gli altri. Era un gesto naturale, quasi inevitabile. Quando qualcuno stava male, mi veniva spontaneo offrire conforto, usare le mani, stare vicino. In quelle situazioni mi sentivo utile e a dirla tutta, far star bene gli altri faceva stare bene anche me.
Ho letto una volta che l’altruismo è una forma di egoismo sano e credo sia vero. Dare qualcosa agli altri non mi ha mai tolto nulla, anzi, spesso mi ha restituito molto di più. Ma grazie all’OB, qualcosa ha cominciato a spostarsi. Ho iniziato a chiedermi: ed io? Come sto? Mi sto ascoltando davvero? La verità è che avevo sempre vissuto con una certa razionalità. Analizzavo, ordinavo, cercavo spiegazioni.
Ma sentivo che dentro di me c’era qualcosa che andava oltre, una parte più profonda, più intuitiva, che chiedeva spazio. Era come se, sotto la superficie di ciò che facevo “bene”, ci fosse un movimento più autentico che aspettava solo il permesso di venire fuori. Con l’OB ho imparato a non controllare tutto, a lasciare che le cose emergano senza doverle spiegare per forza. Non è stato facile all’inizio: lasciar andare l’idea di dover fare bene, di dover capire subito, di dover risolvere, ma poco a poco ho iniziato a fidarmi. E così, mentre imparavo a essere presente per gli altri in modo più libero, più leggero, più profondo… imparavo anche a essere presente per me, a sentirmi, ad ascoltarmi e a non trascurare i segnali del mio corpo, le mie emozioni, i miei bisogni.
Prendermi cura degli altri è ancora una parte fondamentale di me, ma ora so che non può esserci vera cura se non inizia anche da dentro, che non posso accogliere davvero l’altro, se non imparo ad accogliere anche me stessa. E in questo senso, il cammino che pensavo fosse per aiutare gli altri… è diventato anche un ritorno a casa. Un incontrare me stessa e ritornare alla mia essenza.
Conclusione – Lasciarsi andare
Il mio percorso con OB non è finito e credo non finirà mai, perché ogni trattamento, ogni ascolto, ogni silenzio condiviso è un’occasione nuova per imparare qualcosa dell’altro, del corpo, della vita e anche di me.
Ho iniziato con la razionalità come guida, cercando tecniche, risposte, modi giusti di fare, ma strada facendo sto imparando a lasciar andare, a non sapere tutto, a non controllare tutto, a permettere che le cose accadano, senza forzarle, a fidarmi di ciò che sento, anche quando non so spiegarlo. Forse è proprio questo che ho imparato di più: non tutto va compreso, alcune cose vanno solo lasciate fluire. E anche se la paura del giudizio ogni tanto torna a farsi sentire, oggi so che posso riconoscerla senza farmi bloccare, perché non sono qui per dimostrare, sono qui per essere.
E poi, c’è un’altra cosa che sto imparando, quando inizi ad esplorare nuovi orizzonti, ad acquisire nuove conoscenze, la voglia di approfondire cresce sempre di più e, per assurdo, più sai meno ti sembra di sapere. Riconosci che ci sono infinite versioni, infinite informazioni, infiniti modi di approcciarsi alla stessa cosa. Allora capisci che questo percorso è un cammino in continua evoluzione, che ti sprona, ti fortifica, e ti fa sentire profondamente vivo. Sto ancora imparando ad ascoltarmi, un passo alla volta.
Non so dove mi porterà questo viaggio, ma sto imparando a seguire la direzione libera. E anche quando non capisco tutto, posso restare nell’incertezza, senza il bisogno di comprendere ogni cosa.